La Monarchia delle Banane

"Il pubblico è un bambino di undici anni, neppure tanto intelligente". S.B.

Roma cambia, lentamente sotto i nostri occhi pigri

Quartiere San Paolo di Roma. Chiude l’ultima Videoteca, schiacciata dal P2P, da Sky on demand, dai cento modi diversi con cui procurarsi il film per la serata. Chiude il negozio di surgelati gestito da un simpatico ragazzone che mi dice “Ci ho provato, niente da fare, mi sposto in un altro quartiere, quì faccio fatica a restare aperto”. Chiude il negozio di ricambi idraulici, enorme, il cui gestore ormai anziano forse non aveva nessuno a cui lasciare l’attività.

Piccoli segnali di una città che fa fatica a tenere a galla il proprio tessuto economico o, forse, semplicemente quest’ultimo è in trasformazione insieme al tessuto sociale. Da questo piccolo osservatorio è impressionante come certi fenomeni siano marcati ed in continua espansione, di come questa crisi economica, arrivata dopo un così lungo periodo di prosperità, stia cambiano il panorama sotto i nostri occhi.

Negli ultimi mesi il quartiere registra l’apertura di alcuni lavaggi auto a mano. Sono gestiti da extra-comunitari, soprattutto nordafricani, solitamente in due, e richiedono locali piccoli appena sufficienti a contenere un auto di media lunghezza. Investimenti minimi, olio di gomito e purtroppo nessuno scontrino fiscale.

Altro fenomeno in via di espansione è il negozio del tipo tutto per la casa. Si tratta di locali spesso molto grandi, scaffali e scaffali pieni di oggetti made in China, centinaia e centinaia, di qualità piuttosto bassa, un odore fortssimo di plastiche in grado di procurare anche un mal di testa. Prezzi stracciati, gestione familiare da parte di cittadini cinesi, locali spesso deserti.

Per finire, l’ultima tendenza, punti vendita di Frutta e Verdura, piccoli ma fornitissimi, aperti praticamente sempre, domeniche comprese. Gestiti quasi sempre da cittadini pakistani o provenienti dal Bangladesh, anch’essi a gestione familiare, affiancano via via alla frutta ed alla verdura tutto il repertorio di un piccolo Alimentari, puntuale scontrino fiscale.

Si tratta di 3 tendenze apparentemente diverse, ma che attengono allo stesso problema italiano. Il lavaggio auto a mano è la spia di un tema culturale, nè positivo nè negativo sia chiaro, ma chiaro e indiscutibile. Dimostra che lo spirito di iniziativa paga, ma per noi italiani è molto più appealing una start-up, un progetto innovativo, il testamento culturale di Steve Jobs, non certo 2 ragazzi che affittano un piccolo locale e ci danno dentro una intera giornata (sono sempre pieni di lavoro) di acqua, sapone e finta pelle di daino. Il punto vendita cinese è la solita attività inutile gestita senza alcuna velleità imprenditoriale: tanti enormi punti vendita, tutti uguali, in uno stesso quartiere non hanno alcuna motivazione e nessuna sostenibilità. Ma comprare tanti locali commerciali, approfittando del progressivo arretramento da parte dei commercianti italiani, è un investimento lento e inesorabile, che probabilmente darà i suoi frutti con il tempo. Il punto vendita di Frutta e Verdura è, invece, apparentemente inspiegabile data la presenza ormai diffusa della opprimente Grande Distribuzione. Eppure questi piccoli punti vendita prosperano. Innanzitutto sono aperti anche di domenica e fino a tarda sera, poi godono di una sorta di solidarietà etnica, poichè la maggior parte della clientela proviene spesso dallo stesso paese. Attenzione perchè se un commerciante italiano chiude attività simili perchè “tra tasse e il resto, non vale la pena”, su una attività di questo tipo vivono spesso anche 2 famiglie di immigrati con tanto di trasferimento di denaro verso i paesi di origine.

Se doveste aver avuto la sensazione di un analisi condita da sprazzi di razzismo, non ci avete capito nulla (e magari forse è colpa mia), ma vi prego, smettete di leggere in ogni caso: siete totalmente fuori strada. Sono semplicemente partito da un microcosmo che osservo spesso, per cercare di capire che Paese stiamo diventando, come saremo tra pochi anni, come e di cosa vivremo in un quartiere di una grande città occidentale, che tipo di società multirazziale stiamo costruendo e quanto è sostenibile. Abbiamo già delocalizzato gran parte della nostra industria, al punto che la possibile chiusura di uno stabilimento dell’ILVA a Taranto per problemi ambientali e di salute, viene vissuta come una calamità naturale, capace di mettere in ginocchio un’intera area del Paese. La sensazione è che ci stiamo ritirando anche dal Commercio, e non è ben chiaro a beneficio di cosa lo stiamo facendo. Noi adulti, che cultura del lavoro abbiamo creato per i nostri figli, che cosa hanno realmente voglia di fare del loro futuro, cosa stiamo consigliando loro? Di studiare di più e meglio, certo. Di impegnarsi al massimo per ottenere lauree, dottorati, master, perfetta conoscenza dell’inglese, per poter magari andare al’estero, e mi raccomando senza nutrire alcuna velleità per un posto nella pubblica amministrazione, perchè sono già in tanti e tira una brutta aria. Siamo sicuri che questo paese iper-scolarizzato e senza più tanta voglia di sporcarsi le mani sia esattamente quello che ci serve?

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