La Monarchia delle Banane

"Il pubblico è un bambino di undici anni, neppure tanto intelligente". S.B.

Io Democratico, sono per il voto segreto

E’ stato leggendo l’articolo dell’Huffington Post sul “trucco dell’indice” che ho capito definitivamente che il Partito Democratico, nella migliore delle ipotesi, rischia ancora una volta di nascondere i suoi problemi, senza affrontarli.

Prima o poi la questione della decadenza di Silvio Berlusconi (quella formale, si intende) approderà in Senato, ed i più spaventati dal voto segreto sono proprio i Democratici. Paradosso? No, in passato siamo stati già schiaffeggiati da votazioni che ad essere buoni potremmo definire corporative (vedi votazione su autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi nel 1993, o più recentemente, la votazione sugli arresti domiciliari del senatore De Gregorio il 6 giugno del 2012), fino all’episodio più recente, che riguardava scelte politiche piuttosto che vicende giudiziarie (“il tradimento dei 101“).

craxi-hotel-raphaelPersonalmente credo non sia più il caso di girare intorno al problema, di affrontarlo alla radice e una volta per tutte. Credo non ci sia nulla di più palese di una votazione a scrutinio segreto. Solo in quel caso le “coscienze” saranno veramente libere di guidare le scelte dei nostri parlamentari: trucchi dell’indice o foto fatte con il cellulare, sono solo espedienti che, nel caso sortissero effetti, rimanderebbero solo il problema.

Credo che il Partito Democratico debba essere giudicato in modo palese proprio votando a scrutinio segreto la decadenza di Berlusconi, Certo, ci toccherà ascoltare accuse reciproche tra chi aveva giurato di votare per la decadenza, qualche valutazione sul fatto che l’Italia ha assoluto bisogno di un governo e non possiamo permetterci una crisi proprio ora, che in fondo non si possono ignorare i continui inviti del Capo dello Sato alla pacificazione. Ma avremo la “nostra” sentenza definitiva, e capiremo quanti avranno davvero voglia di spendere una innocua monetina da 1 cent, per “manifestare” contro una decisione incomprensibile, oppure continueranno le loro tranquille vite tirando un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo.

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Sui Senatori e il rispetto della Costituzione

senatoriL’ex-senatore Di Gregorio che fa jogging in uno dei quartieri più esclusivi di Roma (l’antenato dei 101, reo confesso di aver agito a pagamento per far cadere l’ultimo governo Prodi).  L’ex-senatore Ciarrapico che, secondo le cronache giudiziarie, avrebbe fin dall’inizio della sua storia di “imprenditore” avrebbe intestato ad una serie di prestanome le sue aziende per schivare le attenzioni del fisco. Un attuale Senatore della Repubblica che mette in campo tutta la potenza di fuoco di cui è capace (media, parlamentari, uno stuolo di avvocati, 7 milioni di scudi umani, nonchè il governo del Paese) per sopravvivere ad un destino che rimanda da quasi 20 anni.

In questo scenario, la Giunta per le Autorizzazioni a procedere ha una grande responsabilità, anche pedagogica. Le giovani generazioni sono cresciute nella convinzione che il potere politico-finanziario vince sempre, perchè la Legge non è uguale per tutti, specie per chi può permettersi i migliori avvocati e, grazie alla attuale legge elettorale, di sedere facilmente in Parlamento. Se si vuole dare un senso alla Carta Costituzionale, se non la si vuol ridurre a un elenco di vuoti principi ad uso e consumo dei poveri cristi, allora serve aggraparvisi con tutta la forza possibile e senza incertezze. Se, come sostiene la costituzionalista Lorenza Carlassare (di cui confesso di essere rimasto folgorato l’altra sera a Piazzapulita) , la Costituzione repubblicana nasce espressamente per dare “regole e limiti al potere”, se il consenso popolare non è un passepartout ma proprio perchè maggioranza impone l’osservanza di quelle regole e di quei limiti, allora la Giunta,  le Istituzioni in generale, a partire dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, hanno il dovere di dare un chiaro messaggio al Paese: anche il più irriducibile dei potenti alla fine si piega alle regole che ogni cittadino italiano è chiamato ad osservare.

E’ probabilmente l’ultima occasione che abbiamo, parlo della generazioni che ha visto nascere, crescere e prosperare il berlusconismo pensando si potesse contrastare per delega e senza impegno diretto e personale,  per recuperare un rapporto decente con i nostri figli, che sorridono beffardi dal basso delle loro scuole fatiscenti o dei loro contratti precari, quando gli parliamo di Giustizia ed Equità.

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Quanto tempo (apparentemente) perso…

Non posso fare a meno di pensare che gli abusivi e i dissidenti non siamo noi e che, anzi, quando quelli travestiti fa PD avranno finito di giocare al Governo insieme al Pregiudicato, ci devono restituire le chiavi e cambiare aria. In fondo di cosa aveva bisogno il Partito Democratico? Di un nuovo Statuto? Di nuove regole? A me non pare, o se proprio si  voleva intervenire sulle regole, ci saremmo aspettati un febbrile dibattito su come ascoltare i democratici, elettori, iscritti o militanti che siano. Invece il nostro tempo lo stanno impiegando così, ragionando e mediando, discutendo di regole tra pochi intimi, piuttosto che farci discutere davvero, tutti, del motivo per cui le regole che sono presenti nello statuto non vengono applicate.  Veder passare il tempo, questo è quello che sanno fare benissimo, sguazzare nello status quo.  Fissare un tempo, decidere una data, su quello sono meno capaci. Anche perché fissando una data e aprendo porte e finestre dei circoli ci porterebbe a discutere finalmente di contenuti, di partecipazione, di 101. Il tempo allora lasciamolo passare, lento e improduttivo, così si può continuare a giocare al Governo col Pregiudicato. Guai a perdere la pazienza, a farsi logorare, si tratta di saper aspettare e intanto costruire tra noi, che siamo la maggioranza, le basi del cambiamento. Almeno questo tempo non sarà stato inutile.

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Alfano e Calderoli non sono mai cambiati. E noi?

calderoli1Al di là del valore personale, tutto sommato  le nomine di Josefa Idem, cittadina italiana ma tedesca di nascita, e di Cecile Kyenge, cittadina italiana ma congolese di nascita, sono state utili per capire che Paese siamo.

L’esperimento Idem, nominata ministro per le Pari Opportunità, Sport e Politiche giovanili, si è rivelato utile nel momento in cui si sono incrociate come una tempesta perfetta l’origine tedesca (implicitamente garanzia di irreprensibilità e rigore), l’IMU divenuta una tassa simbolo e la presunta superiorità morale della sinistra italiana. Il risultato è che, dopo un breve tira e molla, la Idem ha messo d’accordo tutti e doverosamente si è dimessa. Superiorità morale o meno,  resta il fatto che per presunte irregolarità sul pagamento di una tassa, la sinistra italiana è ancora capace di decisioni dolorose ma eticamente inevitabili.

La Kyenge, invece, appena nominata Ministro dell’Integrazione è stata immediatamente percepita come una provocazione. Anche in questo caso la tempesta perfetta non s’è fatta attendere, Era rappresentata, agli occhi dei razzisti italiani, dall’accostamento del tema dell’integrazione (che poi essere costretti a farne un Ministero è già abbastanza incredibile), al colore della pelle del Ministro, alla presenza nel governo del PdL alleato di ferro della Lega Nord.

Quello che emerge da questo quadro è che l’Italia che cerca di adeguarsi ai cambiamenti, di dotarsi ed adottare un codice etico minimo nella vita pubblica e di agire di conseguenza, si scontra inevitabilmente con quel pezzo del Paese allevato nella crescente paura per la diversità o nel chiudere sempre un occhio sugli interessi del capo per ricavarne un vantaggio. L’Italia di Alfano che chiude tutti gli occhi per irriferibili interessi economici del capo e che rifiuta di ricavarne delle conseguenze dignitose, è al governo, piaccia o no. E’ presente tutti i giorni nelle istituzioni, lavora e manovra, e solo occasionalmente viene scoperta. L’Italia di Calderoli e del suo anacronistico razzismo  è una minoranza, certo, ma trova legittimazione istituzionale nella carica di Vice Presidente del Senato della Repubblica Italiana, e se nel giorno della frase idiota al Ministro Kyenge suscita indignazione, nei restanti 364 giorni di un anno, vive nell’indifferenza.

Questi sono i compagni di strada con cui lo Stato, noi tutti, ci accompagnamo ogni giorno. Senza far sentire la propria voce, temo che siamo tutti un pò complici.

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