La Monarchia delle Banane

"Il pubblico è un bambino di undici anni, neppure tanto intelligente". S.B.

Omaha Beach

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Ci sono posti sulla Terra capaci di meravigliare, di emozionare nonostante la presenza dell’Uomo, per la loro bellezza assoluta. Altri lo sono a causa dell’opera geniale degli uomini, altri ancora devono la loro intensità alla follia e alla contemporanea e conseguente capacità di riscatto degli uomini stessi. Omaha Beach è uno di questi luoghi, come le tante spiagge della Normandia dove migliaia di uomini venuti in molti casi da lontano hanno dato la vita per conquistare questa striscia di sabbia, e la libertà. Visitando uno dei tanti musei dedicato agli eroi dello sbarco, ho appreso come, insieme ad americani, inglesi e canadesi,  giustamente citati e celebrati per quell’impresa, hanno partecipato anche piccoli e grandi eserciti provenienti da Belgio, Polonia, Cecoslovacchia,  Olanda, Norvegia,  Danimarca,  Grecia, Lussemburgo.  Noi come é noto non c’eravamo, anzi eravamo più o meno quelli da sconfiggere in nome della libertà.  Il disagio che ho provato era ovviamente frutto della Storia, ma mi ha dato la misura di quanto conti nella storia delle piccole e grandi vicende umane, schierarsi senza opportunismi, perseguire degli ideali ed esserci, contribuire, partecipare. E nella moderna Liberazione che timidamente portiamo avanti da un pó, è fondamentale essere presenti, mettendo in conto un costo,  guardando alle future generazioni. L’ho capito guardando i giovani e i bambini francesi, americani, italiani e russi giocare davanti ai miei occhi, liberi sulle spiagge dello sbarco.

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Quanto tempo (apparentemente) perso…

Non posso fare a meno di pensare che gli abusivi e i dissidenti non siamo noi e che, anzi, quando quelli travestiti fa PD avranno finito di giocare al Governo insieme al Pregiudicato, ci devono restituire le chiavi e cambiare aria. In fondo di cosa aveva bisogno il Partito Democratico? Di un nuovo Statuto? Di nuove regole? A me non pare, o se proprio si  voleva intervenire sulle regole, ci saremmo aspettati un febbrile dibattito su come ascoltare i democratici, elettori, iscritti o militanti che siano. Invece il nostro tempo lo stanno impiegando così, ragionando e mediando, discutendo di regole tra pochi intimi, piuttosto che farci discutere davvero, tutti, del motivo per cui le regole che sono presenti nello statuto non vengono applicate.  Veder passare il tempo, questo è quello che sanno fare benissimo, sguazzare nello status quo.  Fissare un tempo, decidere una data, su quello sono meno capaci. Anche perché fissando una data e aprendo porte e finestre dei circoli ci porterebbe a discutere finalmente di contenuti, di partecipazione, di 101. Il tempo allora lasciamolo passare, lento e improduttivo, così si può continuare a giocare al Governo col Pregiudicato. Guai a perdere la pazienza, a farsi logorare, si tratta di saper aspettare e intanto costruire tra noi, che siamo la maggioranza, le basi del cambiamento. Almeno questo tempo non sarà stato inutile.

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La Cassazione condannerebbe Berlusconi non il berlusconismo

Mi rivolgo a voi, quelli che come me hanno vissuto Mani Pulite, le monetine a Craxi, Forlani all’udienza con la bava alla bocca, la signorile fermezza del procuratore Borrelli, insomma quei mesi del ’92 in cui il continuo precipitare degli eventi, alcuni molto drammatici,  ci sembrò annunciare la fine di un regime ambiguo e meleodorante. Per via giudiziaria, naturalmente. Perchè allora, come oggi, noi sembriamo non accorgerci di nulla. Riprendo da wikipedia un brano che descrive il clima politico in quel periodo:

La DC calò dal 34,3 % al 29,6; il PSI, che nelle precedenti consultazioni aveva toccato i suoi massimi storici, scese di un punto percentuale; PRI, PLI e PSDI conservarono le loro posizioni. Il PDS e PRC, eredi del disciolto PCI, persero complessivamente un quarto dei voti. I veri vincitori delle elezioni furono la Lega Nord e La Rete, due formazioni di recente fondazione, sviluppatesi una nell’Italia settentrionale, l’altra nel Meridione, che registrarono un vero e proprio boom, facendo della moralizzazione e del rinnovamento politico dei veri e propri cavalli di battaglia.

Allora, come oggi, i partiti storici tutto sommato rimasero in piedi, incalzati da formazioni più o meno estemporanee che cavalcarono la solita pigra e indolente indignazione popolare all’italiana.

Un’intero sistema politico-affaristico spazzato via dalla più grande inchiesta giudiziaria che sia mai stata tentata in Italia. Senza quell’inchiesta, la DC esisterebbe ancora con le sue mille grigie e inquietanti declinazioni? E il Partito Socialista, che oggi Nencini tenta disperatamente di tenere in vita con percentuali al limite dell’irrilevanza? Probabilmente si, ma le cose non vanno sempre nello stesso modo, per cui sperare che  anche questa volta la giustizia arrivi dove la coscienza e la consapevolezza degli elettori non sono in grado di arrivare, è probabilmente azzardato.

Il sistema di potere con cui abbiamo a che fare oggi è un intreccio potente almeno quanto quello che legava notabili democristiani, finanza italiana, invadenza americana, probabilmente criminalità organizzata, ma con delle peculiarità. Parliamo di uno dei più grandi gruppi imprenditoriali del Paese, la famiglia Berlusconi, che proprio in corrispondenza di quella tempesta giudiziaria, decise di riempire scientificamente  il vuoto politico lasciato dalla morte del pentapartito, salvando in pratica il proprio impero economico dal crack e nel contempo stipulando una vera e propria assicurazione sulla vita del leader politico e finanziario che dal 1994 in poi avrebbe influenzato in modo decisivo, non solo la vita politica del Paese, ma lo stato di salute economica e morale del Paese stesso. L’obiettivo di questo sistema di potere, ormai dovrebbe essere evidente a tutti, è quello di salvaguardare le attività della famiglia Berlusconi e continuare a rintuzzare, colpo su colpo, tutte le iniziative giudiziarie in cui Silvio Berlusconi è e sarà coinvolto. Ma qual è la vera novità rispetto al passato? E’ che questo sistema di potere è sfacciatamente personale e apmarinaBertamente familiare, al punto da essere riuscito nell’incredibile ribaltamento tra causa ed effetto, inducendo gli elettori di destra a pensare che l’impegno in prima persona del “riluttante” uomo d’affari sia dovuto solo all’acccanimento di cui è oggetto. Per questo motivo, l’eventuale condanna in Cassazione e conseguente interdizione dai pubblici uffici di Silvio Berlusconi, potrebbe non portare a sconvolgimenti politici rilevanti, poichè la classe dirigente di destra non ha ma battuto ciglio quando è stata giudicata incapace di esistere senza la figura carismatica del capo e non batterebbe ciglio di fronte al martirio del Cavaliere e alla discesa in campo della figlia Marina. Lo dico da anti-berlusconiano convinto: non finisce con il verdetto di oggi. non finirebbe nemmeno con Berlusconi  dietro le sbarre. Finisce solo contrapponendo a questo sistema di potere, rozzo nell’obiettivo ma raffinato nei metodi, un progetto serio, una visione del Paese diversa e chiaramente espressa, una classe dirigente che faccia dell’onestà e della coerenza la propria carta d’identità. Insomma una cosa che ancora non c’è, ma che va costruita per tempo senza sperare nella supplenza della Giustizia.

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Alfano e Calderoli non sono mai cambiati. E noi?

calderoli1Al di là del valore personale, tutto sommato  le nomine di Josefa Idem, cittadina italiana ma tedesca di nascita, e di Cecile Kyenge, cittadina italiana ma congolese di nascita, sono state utili per capire che Paese siamo.

L’esperimento Idem, nominata ministro per le Pari Opportunità, Sport e Politiche giovanili, si è rivelato utile nel momento in cui si sono incrociate come una tempesta perfetta l’origine tedesca (implicitamente garanzia di irreprensibilità e rigore), l’IMU divenuta una tassa simbolo e la presunta superiorità morale della sinistra italiana. Il risultato è che, dopo un breve tira e molla, la Idem ha messo d’accordo tutti e doverosamente si è dimessa. Superiorità morale o meno,  resta il fatto che per presunte irregolarità sul pagamento di una tassa, la sinistra italiana è ancora capace di decisioni dolorose ma eticamente inevitabili.

La Kyenge, invece, appena nominata Ministro dell’Integrazione è stata immediatamente percepita come una provocazione. Anche in questo caso la tempesta perfetta non s’è fatta attendere, Era rappresentata, agli occhi dei razzisti italiani, dall’accostamento del tema dell’integrazione (che poi essere costretti a farne un Ministero è già abbastanza incredibile), al colore della pelle del Ministro, alla presenza nel governo del PdL alleato di ferro della Lega Nord.

Quello che emerge da questo quadro è che l’Italia che cerca di adeguarsi ai cambiamenti, di dotarsi ed adottare un codice etico minimo nella vita pubblica e di agire di conseguenza, si scontra inevitabilmente con quel pezzo del Paese allevato nella crescente paura per la diversità o nel chiudere sempre un occhio sugli interessi del capo per ricavarne un vantaggio. L’Italia di Alfano che chiude tutti gli occhi per irriferibili interessi economici del capo e che rifiuta di ricavarne delle conseguenze dignitose, è al governo, piaccia o no. E’ presente tutti i giorni nelle istituzioni, lavora e manovra, e solo occasionalmente viene scoperta. L’Italia di Calderoli e del suo anacronistico razzismo  è una minoranza, certo, ma trova legittimazione istituzionale nella carica di Vice Presidente del Senato della Repubblica Italiana, e se nel giorno della frase idiota al Ministro Kyenge suscita indignazione, nei restanti 364 giorni di un anno, vive nell’indifferenza.

Questi sono i compagni di strada con cui lo Stato, noi tutti, ci accompagnamo ogni giorno. Senza far sentire la propria voce, temo che siamo tutti un pò complici.

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